venerdì 1 marzo 2013

Le Anime Oscure

Raramente mi capita di desiderare ardentemente un videogioco.

Anni di esperienza videoludica ti abituano a tutti i tipi di trama, di grafica, a gameplays ben congegnati, altre volte meno, a capolavori di caratura finissima ed a sgorbi inguardabili (ma sopratutto, ingiocabili! Game mechanics, gentlemens, game mechanics...). Insomma, ti abituano ad aspettarti ciò che per te è ovvio. Ti abituano a non avere sorprese.


Dark Souls, titolo della software house giapponese From Software (grande fantasia...), mi ha stupito, in questi ambiti. Ricordo che già all'uscita di questo titolo "AAA" (denominazione che ho sempre odiato, tra l'altro) rimasi parecchio incuriosito.

Ambientato in un dark fantasy medio-evale semi-realistico, per quanto possano essere realistici draghi e non morti, vantava un gameplay solido, molto più tattico rispetto agli avversari e, ciliegina sulla torta, dannatamente difficile.

No, sul serio, dannatamente difficile.


Già, tale è il marchio di fabbrica della serie Souls, la difficoltà. Una ritrovata voglia di sfidare ed, in un certo senso, trattare a pesci in faccia il giocatore. Ma non è la ripida e spuntonata curva di difficoltà ad attirare verso questo gioco; o, almeno, non solo.

E' l'atmosfera che si respira nel correre con quella armatura, per la prima volta dopo tanto tempo, pesante, che affatica anche solo vedere addosso al nostro personaggio. E' quella fatica che si sente (metaforicamente) durante i combattimenti, ad ogni fendente, ad ogni parata. E' quel, finalmente, riassegnare la giusta dimensione ad un aspetto che si è andato troppo semplificando nel tempo. Combattere, con le unghie e con i denti, per conquistare quel dannato passaggio che ci ostacola nel proseguire il cammino. E' quel conquistare, di diritto, quel punto del gioco, anche solo per vedersene parare un altro subito di fronte.

E' questo che lascia stregati di Dark Souls, la gratificazione proveniente dal battere quel boss o quel gruppo di non morti. Ma non solo.

Durante tutto il gioco, si è pervasi dal mondo che ci circonda. Cittadelle, sepolcri, castelli, tutti cesellati in modo da lasciar trapelare una grandezza che fu, ma che ora giace in rovina, dimenticata e sepolta. Si incontrano personaggi, spesso stranamente gioviali ed amichevoli rispetto al mondo circostante, fari in mezzo al sangue, al ferro ed al buio. Personaggi e luoghi che raccontano una storia appena accennata, sfocata ed, in buona parte, lasciata intendere alle personali inclinazioni. Una sola costante rimane per tutto il gioco: l'oscurità, e tutto il caos che ne consegue, fino all'ultima considerazione a cui arriva ogni giocatore:

"io sono l'Anima Oscura".


Già, perché dopo tutte le difficoltà, dopo essere caduti ed essersi rialzati tutte quelle volte, la domanda "perché?" risale come un onda, fin nel cervello. Ed è perché il giocatore è chiamato a farlo, non solo perché è il prescelto, ma perché non ha altra scelta. Andare avanti, per non rimanere per sempre indietro. Diventare l'Anima Oscura, per non diventare Vuoto. Ma c'è anche un'altra chiave di lettura.

Nonostante il giocatore venga picchiato, tagliato, schiacciato ed, in generale, pestato in ogni modo che si possa immaginare, continua a tornare, imperterrito, inamovibile. E perché i nemici e non solo (ad eccezione del buon Solaire) non fanno lo stesso? Cosa li trattiene?

La mancanza di un obiettivo.


Volta per volta, il giocatore è presentato di fronte a nuovi obbiettivi, a nuove vette da scalare, mentre i PNG sembrano bloccati, vuoi per scelta personale, vuoi per l'incapacità di affrontare la situazione (Crestfallen, anyone?). E, quando finalmente raggiungo l'obbiettivo che si erano prefissi da tanto tempo, diventano Vuoti, ed impazziscono. Ed è un pò come la vita reale; tante persone si trovano perse, senza un obbiettivo...vuoti.

In conclusione, Dark Souls è gioco straordinario. Gli sviluppatori sono riusciti a creare un mondo che cattura ed intriga, sorretto da una sfida disumana che non fa altro che rendere più allettante il premio. Ed è anche ricco di significati più o meno nascosti. 


Non resta altro, allora, che cercare dentro di noi a quale teniamo di più.

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